
(Roma, 22 gennaio 2026) – Oggi, all’incontro pubblico “Il futuro dell’acqua” presso la Biblioteca dell’Enciclopedia Italiana Treccani a Roma, promosso da Fondazione Astrid, in occasione della pubblicazione del volume “Acqua per tutti? La gestione delle risorse idriche al tempo del cambiamento climatico” (Il Mulino, 2025), a cura di Mario Rosario Mazzola, abbiamo discusso di acqua partendo dal contesto che non possiamo più ignorare: la crisi climatica.
È dentro questa cornice che vanno lette tutte le scelte sul servizio idrico, dagli investimenti alla governance. Il rapporto di Astrid è dunque uno strumento, una guida preziosa per la rifelssione di oggi e di domani; una pubblicazione opportuna e utile perché aiuta a superare approcci del passato e a considerare l’acqua come parte di una vera politica industriale, fondata su infrastrutture solide – fisiche e istituzionali – e sulla sicurezza del sistema, dentro il contesto decisivo della crisi climatica che stiamo vivendo. Questo non è uno dei tanti fattori da considerare: è il contesto dentro cui devono essere orientate tutte le scelte, dall’organizzazione del sistema idrico alle priorità degli investimenti, fino al rafforzamento della governance.
Il rapporto ci invita giustamente a concentrare l’attenzione sulle infrastrutture, intese sia come infrastrutture fisiche sia come infrastrutture istituzionali. È questa la condizione necessaria per governare la transizione, garantire un servizio adeguato ai cittadini e al sistema produttivo, accompagnare la transizione energetica e migliorare l’efficienza nell’uso della risorsa idrica, salvaguardandone al tempo stesso il valore ambientale.
Un ulteriore merito del rapporto, dal punto di vista anche di legislatore, è quello di sottrarre il dibattito a una banalizzazione dannosa: da un lato la contrapposizione ideologica sulla natura giuridica del gestore, dall’altro una visione riduttiva dell’acqua limitata al momento in cui apriamo il rubinetto. L’acqua è invece un ciclo complesso, che va dall’approvvigionamento alla capacità di invaso, dalla depurazione alla reimmissione nel ciclo dopo l’utilizzo, come richiamato anche dalle “5 R”, indicate nel rapporto.
Il tema non è la natura giuridica del gestore. Esistono esperienze eccellenti di gestione pubblica, così come buone esperienze di gestione mista o privata, ma anche esperienze negative di tutti i modelli. Ciò che non può mancare è una struttura organizzata e industriale capace di sostenere la portata degli investimenti necessari e di garantire un servizio efficiente a costi sostenibili. In questo percorso va riconosciuto il contributo fondamentale della regolazione, che in questi anni ha consentito un’evoluzione positiva del sistema idrico e che non può essere messa in discussione.
Le priorità sono chiare: sicurezza, efficienza delle infrastrutture, risorse e governance. Sul fronte delle risorse, è essenziale garantire flussi certi per permettere una programmazione di lungo periodo, soprattutto nella fase post-PNRR. Nel settore idrico il tema della resilienza ha trovato proprio nel PNRR un’applicazione particolarmente riuscita. Ora però dobbiamo interrogarci su cosa accadrà dopo, dopo l’esaurimento del Pnrr per evitare che il percorso virtuoso avviato si interrompa. Servono risorse pubbliche stabili, anche a fondo perduto, ma soprattutto la capacità di usarle come leva per attivare investimenti privati, rilanciando strumenti come il fondo di garanzia.
Sul tema della governance, il PNRR ha rappresentato un’opportunità per fare passi avanti, ma resta aperta la sfida del superamento della frammentazione. Non credo esista un’unica soluzione valida per tutti i territori: occorre tenere conto delle specificità ambientali e territoriali, rafforzando però i soggetti già centrali nel sistema, come le autorità di distretto, e dotandoli di risorse, competenze e strumenti adeguati. Al tempo stesso, vedo positivamente un rafforzamento del coordinamento a livello centrale, anche attraverso un ruolo più strutturato della Presidenza del Consiglio.
Chiudo con una preoccupazione rilevante: non possiamo permetterci passi indietro. Tentativi di riesumare gestioni in economia o soluzioni iperlocalistiche, magari per ragioni di consenso, fanno un danno alla qualità del servizio, all’ambiente e alle comunità, soprattutto nei territori più fragili. Il percorso di aggregazione e rafforzamento del sistema non può essere interrotto. Mi auguro che, al di là delle differenze politiche, non ci si presti a operazioni controproducenti, ma si continui con coerenza su una strada di evoluzione positiva che, credo, in questi anni abbiamo iniziato a percorrere.
Qui per rivedere il convegno

