(Roma, 14 aprile 2026) – Prima la magistratura, ora l’avvocatura. Ancora una volta il Governo ha tentato di picconare i principi dello stato di diritto, ignorando persino lo schiaffo ricevuto da 15 milioni di NO al referendum. È dovuto intervenire il Capo dello Stato per fermare una disposizione del Decreto Sicurezza in palese contrasto con la Costituzione.
Una norma che nelle intenzioni della destra intendeva rendere gli avvocati strumenti di attuazione delle politiche governative, dei meri esecutori della volontà del Governo, legando il loro compenso al rimpatrio dei migranti assistiti. Cioè prevedeva che lo Stato pagasse 615 euro agli avvocati delle persone immigrate a patto che i loro assistiti accettassero il rimpatrio volontario. Una distorsione inaccettabile che se approvata avrebbe compromesso l’indipendenza del diritto alla difesa che spetta a ciascun individuo, e premiato il comportamento del difensore con un premio economico, rendendo di fatto quasi impossibile il patrocinio gratuito. L’avvocato deve invece restare libero e autonomo, garante dei diritti della persona: non può diventare il braccio operativo degli obiettivi del Governo.
Abbiamo ribadito più volte in Aula la necessità di fermare l’iter di questo provvedimento, ormai trasformato in un vero e proprio “pasticcio” sia nei contenuti che per il metodo con con cui è stato imposto.
Il testo è stato, infatti, tenuto fermo al Senato per gran parte del tempo utile alla conversione, bloccato dalle divisioni interne della maggioranza, senza un confronto reale: è arrivato senza mandato al relatore e chiuso senza che si potesse entrare mai nel merito. Anche alla Camera le Commissioni sono state di fatto esautorate. Ancora una volta il Parlamento è stato mortificato e ridotto a ratificare decisioni già prese, mentre il Governo è tornato a mostrarsi arrogante e poco rispettoso delle regole costituzionali. Della gravità del momento ha detto molto la decisione del sottosegretario Alfredo Mantovano di recarsi dal Presidente della Repubblica Mattarella, costretto a confrontarsi con atti tra loro incoerenti. Insomma. Uno scontro istituzionale imbarazzante e senza precedenti.
Nel merito, il Decreto Sicurezza conferma tutte le contraddizioni della destra: introduce il fermo preventivo fino a un massimo di 12 ore basandosi su un sospetto di pericolosità, prevede il carcere per reati di lieve entità mentre gli istituti penitenziari sono già al collasso, e criminalizza il dissenso reprimendo la protesta. Nessuna risposta seria alle cause dell’insicurezza, nessun investimento in prevenzione, nessuna attenzione al disagio sociale. Su temi così delicati non sono ammesse forzature né scorciatoie: servono responsabilità istituzionale, rispetto dei principi costituzionali e tutela dei diritti fondamentali.
Di fronte a un testo così sbagliato nel merito e a una gestione così irresponsabile nel metodo, la scelta più ragionevole sarebbe stata quella di lasciar decadere il decreto il 25 aprile, data della sua scadenza. Invece il Governo Meloni ha deciso di porre la questione di fiducia e, contemporaneamente, di varare un nuovo decreto correttivo per rimediare almeno alla norma sul “premio” agli avvocati appena approvata.
Oggi il Decreto Sicurezza, dopo una seduta fiume durata fino a notte fonda, è stato purtroppo approvato. E’ il quarto Dl Sicurezza da inizio legislatura: la certificazione del fallimento (l’ennesimo) del Governo Meloni.
È la fotografia plastica dell’inadeguatezza di questa destra per la quale anche sul tema della sicurezza – come per altri argomenti – conta solo la percezione. Non conta cioè il grado di pericolosità reale del crimine ma solo la sensazione di insicurezza che provano i cittadini. Allora a contare non sono i risultati, non è il modo in cui il Governo ridurrà effettivamente l’impatto del crimine, quanto la percezione del suo impegno securitario, quanto riuscirà a fare (solo) la faccia feroce. E dunque bastano la parola, l’annuncio, il comunicato da dare in pasto agli italiani. E poco importa se vengono calpestate le regole, il Parlamento o la Costituzione, se si creano problemi nuovi mentre quelli che si dovevano risolvere non trovano una soluzione concreta. Le solite ricette propagandistiche: più repressione, più slogan, meno soluzioni reali per la sicurezza del Paese.

