(Como, 27 luglio 2026) – Questa mattina sono stata in visita al carcere del Bassone a Como, uno degli istituti di pena più sovraffollati della Lombardia. Sono i numeri a parlare: a fronte di una capienza regolamentare di 225 oggi la struttura ospita complessivamente 415 detenuti e detenute.

Il Bassone è una Casa Circondariale, che dovrebbe ospitare quasi esclusivamente persone in attesa di giudizio (imputati, appellanti e ricorrenti); invece su 415 detenuti sono 295 i definitivi, cioè i detenuti che devono scontare una pena inferiore ai 5 anni. Qui è presente una sezione femminile tra le più numerose – 51 donne, per fortuna nessun bambino o bambina – ed è l’unica sezione presente in Regione Lombardia per detenuti che stanno affrontando percorsi di transizione.

Il numero dei giovani adulti è molto alto – 42 – anche per effetto del trasferimento di giovani che arrivano da istituti minorili al compimento della maggiore età. Il sovraffollamento è evidente, nel numero di persone in ogni cella, spesso più delle due che potrebbero starci per legge. Nonostante il ventilatore che l’amministrazione ha posizionato in ogni cella il caldo aggrava le già difficili condizioni di vita dei detenuti e anche di chi vi lavora.

Il personale è l’altro enorme punto critico, mai veramente risolto. Mancano agenti e soprattutto personale intermedio – ispettori e sovrintendenti – in totale circa 20 unità, con pesanti ricadute sull’organizzazione dell’istituto, sulla gestione e la copertura dei turni. Molti nuovi innesti sono giovanissimi, provenienti da fuori Regione, soprattutto dal Sud; diversi chiedono di essere avvicinati a casa quando è possibile e non sempre i posti vacanti vengono coperti. Il personale che si occupa dei trattamenti e dei percorsi di riabilitazione, i mediatori culturali e gli educatori, il personale sanitario e di supporto psicologico, quello necessario a affrontare il problema della dipendenza da sostanze, purtroppo molto diffuso tra la popolazione detenuta, opera in condizioni complesse, perché anch’esso fortemente sottodimensionato. Il volontariato, da sempre presente in maniera significativa al Bassone, spesso svolge più di quanto dovrebbe e costituisce un supporto essenziale all’attività di recupero nella struttura.

Nei mesi passati la Casa circondariale di Como è stata teatro di rivolte, aggressioni agli agenti, atti di autolesionismo dei detenuti: situazioni spesso provocate o aggravata da condizioni esasperate di sovraffollamento e da situazioni davvero critiche di lavoro per gli agenti e il personale. Qualche trasferimento immediatamente dopo ha allentato per qualche tempo la pressione, ma ora i numeri appaiono di nuovo in crescita e vicini a una soglia di allarme.

La condizione del carcere di Como è quella di molte altre carceri del nostro Paese. Una condizione non degna di chi pensa che la sicurezza sia un bene essenziale da difendere e assicurare ai cittadini, ma che lo sia anche la dignità delle persone che stanno scontando una pena o in attesa di giudizio, così come di chi lavora in questi luoghi di detenzione, spesso in situazioni di stress e fatica mai sufficientemente riconosciuti.

Bisogna aver visto” sosteneva Calamandrei riferendosi alle carceri italiane dopo il Fascismo: è ancora così. Per rendersi conto di quanto sia illusorio e sbagliato pensare di potere voltare lo sguardo altrove, pensare di potere garantire sicurezza moltiplicando i reati e l’entità delle pene, senza preoccuparsi di quello che accade negli istituti di pena, del fallimento di un modello detentivo che rischia di perpetrare devianza e criminalità anziché favorire percorsi di recupero e di reinserimento nella società.

In questi anni abbiamo visitato, come parlamentari Pd, molti istituti di pena e abbiamo chiesto al Governo e in particolare al Ministro Nordio di agire per affrontare l’emergenza carceraria, di fare investimenti e assunzioni del personale che manca, di rafforzare le misure alternative alla pena e i percorsi di reinserimento nella società. Continueremo a farlo, nonostante niente di significativo è avvenuto in questi anni.

Il carcere non può essere il palcoscenico della propaganda di Ministri, Vicepremier e politici: è un luogo di sofferenza per chi è recluso, di fatiche e frustrazioni per chi ci lavora, di contraddizioni profonde della nostra società a cui non possiamo rassegnarci.

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CARCERE: “A Como 415 detenuti per 225 posti, basta propaganda, a rischio diritti e sicurezza”
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