Quasi 15mila posti tagliati in due leggi di Bilancio. Il calo demografico diventa il pretesto per ridurre gli organici, anziché un’occasione per migliorare la qualità della didattica e rafforzare il diritto all’istruzione.
(Roma, 2 novembre 2026) – La scuola pubblica torna a pagare il prezzo delle scelte del Governo Meloni. Anche nella legge di Bilancio 2027, infatti, l’istruzione è trattata come un capitolo di spesa da ridimensionare, anziché un investimento fondamentale per il futuro del Paese. Una scelta che colpisce il personale scolastico ma soprattutto il diritto di studentesse e studenti a un’istruzione di qualità, capace di garantire opportunità, inclusione e pari possibilità di crescita.
I numeri sono pesanti. Dal prossimo anno scolastico sono previsti 4.925 posti in meno per i docenti e altri 2.049 per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario (Ata): quasi 7mila posti cancellati, che si aggiungono a quelli già soppressi con la legge di Bilancio 2025. Considerando gli interventi distribuiti sui diversi anni scolastici, si arriva così a quasi 15mila posti in meno. Il Governo aveva presentato il primo taglio come una misura transitoria. Oggi scopriamo che quella misura diventa strutturale e viene ulteriormente aggravata.
L’innegabile calo demografico, che avrebbe potuto e dovuto rappresentare un’occasione per ridurre il numero di alunni per classe, rafforzare la presenza degli insegnanti e migliorare la qualità della didattica, viene utilizzato invece come giustificazione per tagliare gli organici e fare cassa.
Non si tratta soltanto di numeri o di una questione organizzativa. Dietro ogni posto cancellato ci sono servizi e opportunità che vengono meno. Meno docenti dell’organico dell’autonomia significa meno possibilità di recuperare gli apprendimenti, contrastare la dispersione scolastica, accompagnare gli studenti più fragili e costruire percorsi di inclusione. Meno personale Ata significa maggiori difficoltà nella gestione quotidiana degli istituti, segreterie sotto pressione e minori condizioni di sicurezza e assistenza all’interno delle scuole.
A sottolineare la contraddizione di questa scelta è intervenuto anche Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola, che ha espresso la contrarietà dell’Anp ai tagli: «Siamo ben consapevoli degli effetti del calo demografico, ma questo dovrebbe rappresentare un’opportunità per migliorare il servizio scolastico e non soltanto per ridurne i costi. La diminuzione degli alunni, infatti, non comporta necessariamente una corrispondente riduzione delle esigenze educative e organizzative».
È esattamente il punto politico della questione. Il Governo Meloni sceglie di considerare la scuola attraverso la lente dei risparmi, mentre dovrebbe partire dai bisogni educativi e dalle disuguaglianze che attraversano il Paese. In una fase in cui crescono il disagio giovanile, le difficoltà di apprendimento e le distanze sociali e territoriali, servirebbero più investimenti, più personale, più tempo scuola e una presenza educativa capace di non lasciare indietro nessuno. Non meno risorse.
L’istruzione garantisce diritti, riduce le disuguaglianze e costruisce il futuro del Paese. Indebolire, rendere più povera la scuola pubblica proprio mentre ragazze e ragazzi hanno più bisogno di punti di riferimento, ascolto e opportunità significa rinunciare a una delle principali leve di crescita civile, sociale ed economica dell’Italia.
Per questo ci opporremo a questi tagli e daremo battaglia in Parlamento per cancellare le misure previste dalla manovra. La scuola non è una voce di bilancio su cui risparmiare: è un investimento sul futuro delle nuove generazioni e un presidio fondamentale della nostra democrazia. E sul futuro del Paese non si può continuare a fare cassa.

